VEDERE : PRIMA PARTE

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INTRODUZIONE
«lo vedo una cosa, che tu non vedi», ecco un gioco che ancora oggi riesce a divertire le nuove generazioni. Viene scelto un oggetto compreso nel campo visivo di tutti i partecipanti; con aria trionfante, ne viene indicato il colore: «lo vedo una cosa che tu non vedi, ed è verde!; tutti spalancano gli occhi e si guardano attorno eccitati.
Che cosa sarà mai? Una certa foglia della pianta che sta sul davanzale? Un vaso smaltato sullo scaffale?
La porzione di prato che si vede dalla finestra? Alla fine si scopre che si tratta di un fregio verde sul dorso di un libro: «Non vale!, dicono quelli che hanno spinto lo sguardo verso oggetti troppo grandi; anche gli altri, che con gli occhi hanno cercato proprio davanti alloro naso, sono delusi.
Vedere è un gioco da ragazzi. Tutti sono capaci: «Ho anch’io gli occhi si dice. Si può essere un po’ miopi o ipermetropi, oppure avere un occhio leggermente strabico. Per correggere questi difetti l’oculista prescrive le lenti. Gli occhiali sono a volte uno strumento fastidioso: si perdono continuamente e non ci sono quando li si vorrebbe a portata di mano, si appannano quando si passa dal freddo al caldo e viceversa e, inoltre, a molte persone non donano dal punto di vista estetico. Chi tiene particolarmente al proprio aspetto può però scegliere le lenti a contatto. In ogni caso, esistono ‘strumenti ottici’ straordinari in grado di compensare le carenze funzionali dei nostri occhi.
Rimane quindi il fatto: vedere è un gioco da ragazzi. È semplicemente ‘ovvio’: una proprietà della specie umana, che nessuno mette consciamente in discussione. Gli occhi vedono, il cervello registra: più di quanto vediamo o meno di quanto vediamo non è dato di vedere. Davvero?
Questo libro non è un libro facile. Presuppone il desiderio di condividere un’ipotesi, la riflessione su questo forse inconscio e da noi mai dubitato assioma, che possiamo vedere tutto ciò che al mondo esiste da vedere . Lo sperimento da decenni nella mia professione: se la mente non vuole o non può vedere qualcosa, questo qualcosa non viene visto nemmeno dall’occhio. Se però questi blocchi mentali, trasmessi dal cervello, agiscono per un periodo abbastanza prolungato, essi provocano l’insorgenza di difetti visivi o vere e proprie malattie dell’occhio.
Nonostante oggigiorno vi sia una discreta informazione riguardo alle malattie psicosomatiche tipiche, come per esempio l’asma, i reumatismi oppure l’ulcera duodenale, può darsi che l’essere umano non accetti volentieri di essere, in ultima analisi, responsabile anche del funzionamento dei suoi occhi.
Vi accorgerete presto che le conseguenze di queste considerazioni sono di portata inimmaginabile. Nel momento in cui raccoglierete la sfida che il vostro organo della vista, la vostra ‘finestra sul mondo’, vi propone, vi troverete davanti alle profondità non ancora sufficientemente esplorate della vostra mente
Iniziate questa ‘avventura’, nella quale vuole attirarvi questo libro. Seguite però i vostri ritmi cii lettura individuali. Prima leggete il libro come se fosse un avvincente romanzo e accostatevi solo con la seconda o la terza lettura all’idea di essere voi stessi i protagonisti di cui si sta parlando,
Il libro non può e non deve sostituire la consultazione di un medico in presenza di disturbi della vista o clegli occhi. Tuttavia, cerca di indicare un metodo praticabile, affinché chiunque abbia problemi con gli occhi possa migliorare da sé le proprie capacità visive, liberandosi dagli atteggiamenti scorretti appresi. Ciò che più mi preme è trasmettere a voi lettori la motivazione per lavorare su voi stessi: tale motivazione deve nascere da un senso di responsabilità nei confronti della propria persona.

L’ARTE DI VEDERE

“Sono stato in cura presso i più famosi luminari della scienza senza che nessuno spendesse una sola sillaba sull’aspetto psichico della vista o dicesse che può anche accadere che occhi e cervello siano male utilizzati.. Così scriveva Aldous Huxley, un inglese laureato a Eton, successivamente trasferitosi in California, cittadino americano e del mondo, poeta, filosofo, precursore della ricerca di un ampliamento della coscienza di sé e soprattutto autore del romanzo utopico-satirico, divenuto famoso a livello internazionale, Il mondo nuovo. A. Huxley scrisse la frase citata nell’introduzione al suo libro, pubblicato nel 1943, L’arte di vedere.
In conseguenza della deformazione e opacizzazione delle cornee, egli da giovane fu temporaneamente affetto da una quasi completa cecità. Più tardi riuscì a risolvere in qualche modo il suo problema con occhiali speciali, ma fu solo grazie alla ‘scuola della vista’ dell’oculista americano William H. Bates che poté riacquistare le facoltà visive in modo soddisfacente.
Quando A. Huxley scrisse il suo libro aveva quarantasette anni. In California, la sua patria elettiva, si erano rifugiati già all’inizio degli anni Trenta gli intellettuali della vecchia Europa, attivi nei campi più disparati della cultura. Nel vecchio mondo, invece, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, si lottava per la sopravvivenza. In realtà, nella Germania di Hitler, votata al culto del vigore fisico, esistevano scuole oculistiche valide; tuttavia, a una dottrina psicologica finalizzata allo sviluppo individuale e all’ampliamento della coscienza di sé lo stato totalitario non poteva concedere alcuna possibilità.

A. Huxley parla di ‘arte’ della vista perché l’uomo deve imparare il modo corretto di vedere nella sua globalità, come apprende l’arte di dipingere, comporre musica, costruire case o parlare in modo carismatico. Come nel caso dell’arte, anche nella vista non si può forzare il ritmo. L’io consapevolmente orientato alla prestazione visiva non ottiene altro che la fissità degli occhi. Essi si trovano costretti a ricevere troppo e tutto in una volta, affaticando il cervello, cosa che, a sua volta, peggiora ulteriormente la nitidezza di percezione dell’immagine. Si instaura in questo modo, secondo A. Huxley, un circolo vizioso che peggiora sempre più.

Egli scrisse L’arte di vedere per stimolare le persone affette da difetti della vista a mettere in atto un ‘circolo positivo’: gli occhi rilassati in un corpo rilassato scorrono danzando sul campo visivo, sia esso un paesaggio, il viso di chi ci sta parlando o la pagina di un libro; sempre danzando, il cervello associa le informazioni in arrivo ai dati già memorizzati; in questo modo l’oggetto osservato assume contorni più chiari e colori più intensi, sia dal punto di vista fisico sia emotivo; l’osservatore partecipa alla creazione del suo proprio mondo. In uno «stato di attenta passività e di rilassamento dinamico, come lo definisce A. Huxley, il cervello e gli occhi si ‘passano la palla’ della percezione, della scelta, dell’identificazione.
A. Huxley si meravigliava che proprio un organo per l’essere umano così importante dal punto di vista esistenziale come l’occhio venisse considerato dalla medicina come isolato. Se venivano prescritte lenti che non tenevano mai conto del variare delle condizioni degli occhi a seconda dei giorni e dell’ora, come si poteva pensare che servissero a curare la vista? La rigidezza del fattore di correzione rende di fatto impossibile qualsiasi interazione dinamica con il difetto. Il solo fatto che i miopi assumono un atteggiamento tipico scorretto del corpo dovrebbe bastare a indicare che devono esistere ampie relazioni fra l’organismo, cioè gli occhi, e la mente.

Il respiro e l’occhio, intimamente connessi

Approfondiamo il concetto appena espresso. La persona che diventa miope tende a muoversi chinata in avanti: la testa è protesa, la colonna vertebrale è più curva di quanto non le faccia bene. Poiché chi è miope sa che non ci vede bene (vedi la foto a sinistra a pago 16) ma che avrebbe molto da vedere, ha costantemente paura di non vedere abbastanza e quindi solleva le sopracciglia e le palpebre superiori nel tentativo di portare volontariamente gli occhi a fissare intensamente.
Questo atteggiamento è molto stressante e stanca rapidamente. La testa e la parte superiore della colonna vertebrale si abbassano ancora di più. Soprattutto ne risente la respirazione, che diventa limitata e superficiale, inducendo il miope a fare un profondo respiro una volta ogni tanto, aspirando l’aria come se sospirasse: per questo si ha l’impressione che queste persone si sentano un po’ oppresse, senza tuttavia che esse se ne rendano conto.
Un miope, l’hanno dimostrato alcuni test, è meno facilmente influenzabile ed è anche meno incline a mostrare i suoi sentimenti rispetto all’ipermetrope, più estroverso ed emotivamente reattivo.
In questo contesto è interessante notare che tra i giapponesi, che hanno a disposizione solo uno stretto spazio individuale, vi è una grandissima percentuale di miopi, mentre le popolazioni dei paesi latino-americani, con il loro chiasso e la loro gioia di vivere tutta rivolta verso l’esterno, registrano solamente una bassa percentuale di miopi.

Un esercizio per i miopi

Il respiro, il nostro alito di vita, il nostro intimo collegamento con l’ambiente esterno, è strettamente connesso con la funzione degli occhi. “Con quello sguardo gli tolse il respiro, questa è una frase che possiamo sicuramente trovare in qualche storia drammatica, Quelli tra voi che si trovano a lottare contro la miopia sono disposti a fare una piccola prova, a titolo di esempio?
• Chiudete gli occhi, sedetevi comodi e composti sulla sedia o sulla poltrona e cercate di lasciar fluire il vostro respiro con calma e lentamente, mentre sentite che avete nell’addome, due dita sotto l’ombelico, un centro di calore,
• Proseguite nella lettura solo quando il respiro è diventato regolare e voi vi sentite distesi. Rimanete completamente rilassati, mentre, già pronti, leggete l’esposizione di questo breve esercizio di ‘immaginazione’ (nel significato della radice latina imago: figura, maschera, rappresentazione).
• Immaginate di essere in un paesaggio vasto, collinoso, con un ampio orizzonte. Andate in bicicletta su una strada della quale riuscite a vedere il percorso per un lungo tratto. Proseguite il tragitto nella calma più profonda. Improvvisamente, nel punto in cui la strada scompare all’orizzonte, spunta un’automobile, viene verso di voi, prima lentamente, poi più rapidamente, infine è velocissima, Il muso dell’auto punta verso di voi e quasi vi investe, Che cosa ne è di voi? Siete grati di constatare che siete rimasti illesi. Guardatevi intorno (sempre nella vostra immaginazione) e assorbite con tutta la vostra persona la pace del paesaggio immaginario,
• Se invece avete da tempo spalancato gli occhi e state respirando in fretta e affannosamente, appoggiatevi comodamente allo schienale, assicuratevi del luogo in cui vi trovate, aprite e chiudete gli occhi rapidamente diverse volte di seguito e attendete che il respiro si regolarizzi di nuovo. I vostri occhi si spostano dolcemente in alto e in basso, a destra e a sinistra. Componete l’immagine dell’ambiente che vi circonda immediatamente, con grandi sguardi separati, e facendolo spostate i confini di questo ambiente sempre più lontana da voi. Chiudete e aprite le palpebre spesso, senza pressione. Non appena percepite lo sforzo a livello degli occhi, riportate lo sguardo un po’ più vicino a voi.
Il tutto non deve durare a lungo, perché un tale viaggio in se stessi è molto faticoso, quando non si è abituati. Se tutto è andato bene, vi siete trovati per un momento in uno «stato di attenta passività e di rilassamento dinamico». Lo ‘shock’ vi ha resi sensibili e attenti.
Guardare lontano, oltre i problemi
L’ipermetrope, e chi vede bene da lontano, (vedi la foto in alto a destra) viene costretto dai propri occhi a portare la testa molto alta, se non vuole tenere gli occhi costantemente rivolti verso l’alto. Spesso gli ipermetropi sono intimamente deboli e si proteggono, ‘trascurando’ quanto di fastidioso si trovi nelle loro immediate vicinanze, guardando oltre. Perciò spingono in fuori il mento ed esprimono così la loro in-tenzione di affermarsi ‘nonostante tutto’. La curvatura delle vertebre cervicali si accentua, compromettendo l’assetto statico di queste persone, i muscoli del collo devono contribuire, affaticandosi, a sostenere la testa, con un conseguente massiccio impegno dei muscoli lombari: si irrigidisce la muscolatura sia del collo sia del bacino.
Una persona forte, ‘tutta d’un pezzo’ dice: “lo? Niente mi può smuovere”. Un piccolo esercizio può servire da dimostrazione.

Un esercizio per gli ipermetropi

• Sedetevi con i piedi incrociati sul pavimento, oppure su una sedia, ma in modo tale che le cosce siano diritte e le piante dei piedi appoggino completamente a terra. Concentratevi sulla respirazione: fate attenzione al vostro stesso respiro che vi sfiora la punta del naso, o seguite il movimento dell’addome. Vi potete osservare dall’esterno oppure rinchiudere nel ‘nido’ del vostro corpo, come preferite.
Quando una sensazione di rilassamento e di abbandono si sostituisce a quella di oppressione, significa che siete riusciti a concentrarvi su voi stessi.
• Pensate di prendere una ciocca di capelli sulla sommità del vostro capo, in corrispondenza dell’asse verticale che rappresenta il prolungamento ideale della colonna vertebrale, e di tirare dolcemente verso l’alto. La colonna vertebrale si distende e il mento si sposta verso il basso. La testa, che negli ipermetropi, e spesso nelle persone che sono sempre di fretta, è sempre un po’ tesa in avanti (infatti avete fretta di arrivare ‘laggiù’, lontano), ora può assumere la sua posizione naturale, corretta.

• Non fate altro che vagare con lo spirito all’interno del vostro corpo. Nella vostra immaginazione, il ‘punto di partenza’ per questo lavoro potrebbe essere quella zona della scapola che rese l’invulnerabile Sigfrido vulnerabile nonostante tutto (la leggenda nibelungica narra che, mentre veniva immerso nel sangue del drago per divenire invulnerabile, una fogliolina si posò sulla sua scapola, che divenne così il suo punto debole) Scoprite questo punto con la mente e da lì muovetevi in direzione della colonna vertebrale, che ispezionerete, ora che è in posizione eretta.
• Mantenete la posizione mentre respirate dalle dieci alle venti volte. Sentite come la respirazione diventa più fluida. Forse riuscite anche a percepire che la tensione presente a livello degli occhi ora si è allentata.
Questo piccolo esercizio può essere eseguito sempre e dovunque, sul posto di lavoro o a casa.

Riconciliare due immagini del mondo

Lo strabismo (vedi la foto a pago 20) è il difetto oculare più appariscente.
Gli occhi dello strabico percepiscono due immagini del mondo: se vuole vedere chiaramente, deve cercare di sovrapporre queste due immagini. Inoltre, egli spesso si vergogna della posizione anomala dei suoi occhi, così evidente per tutti, e, perciò, non deve fare i conti solo con il suo handicap fisico ma anche con i suoi sentimenti di vergogna o il suo senso di inferiorità.
È relativamente difficile giudicare questo atteggiamento visivo nella sua globalità, perché non esistono dati di ricerca sufficientemente esaurienti.
In qualità di medico attivo nel campo della psicosomatologia, interrogando i miei pazienti ho rilevato che fra gli strabici un numero di individui superiore alla norma nell’infanzia aveva vissuto padre e madre come personalità forti di tipo differente.
Per dei bambini deve essere sicuramente difficile decidersi per un unico modello affidabile di genitore: per conservare l’armonia di cui hanno bisogno per la loro sicurezza, essi tentano dapprima di riconciliare le diverse immagini di padre e madre che stanno loro ‘davanti agli occhi’. Questo tentativo è destinato a fallire, vale a dire che una delle due immagini viene abbondantemente esclusa dalla percezione; il bambino si concentra ora esclusivamente sulla figura del padre o della madre.
L’occhio ‘attivo’, dedicato a uno dei due genitori, diventa prevalente; può essere il destro, che appartiene all’emisfero cerebrale sinistro, con caratteristiche preponderanti maschili e analitiche, oppure il sinistro, che rappresenta gli elementi dell’emisfero cerebrale destro, con caratteristiche preponderanti femminili e di globalità (vedi anche il paragrafo ‘L’occhio del padre e l’occhio della madre’).
L’altro occhio, non utilizzato, imita tutti i movimenti dell’occhio prevalente e reprime le proprie immagini, per evitare la duplicità della visione. In seguito a questo processo l’occhio che viene utilizzato sempre meno diminuisce progressivamente di acuità: insorge la debolezza visiva dell’occhio strabico.

L’organo dipendente deve quindi liberarsi dalla sua passività, per ristabilire un ‘dialogo’ fra entrambi gli occhi.

Un esercizio per gli strabici

Dovete essere soli, a casa vostra, e avere prima escluso qualsiasi motivo di distrazione.
• Sedetevi sul pavimento a piedi incrociati, o meglio su una sedia con i piedi ben appoggiati a terra, le mani abbandonate in grembo, lasciando fluire il respiro, fino ad allentare completamente l’eventuale tensione.
• Ora, immaginate di tenere in mano un pennello intinto nel colore e con la mente tracciate una grande ellisse. Adesso immedesimatevi nel vostro occhio debole: come tale voi costituite uno dei fuochi dell’ellisse; l’occhio predominante occupa il posto dell’altro fuoco. Per aiutarvi, potete realmente mettere una sedia in quel punto.
• Nella terapia della Gestalt spesso si procede in questo modo. In qualità di occhio debole parlate con quello predominante, rimanendo estremamente coscienti della forma ellittica che circonda entrambi. Sentite il calore e percepite la sensazione piacevole dei colori intorno a voi e nel punto in cui si trova l’altro occhio. Chiedete all’altro occhio perché vi vuole dominare. Quando rispondete, andate realmente o con l’ immaginazione all’altra sedia, prendendo il posto dell’occhio predominante. Lasciate che il dialogo si sviluppi spontaneamente e non vi bloccate se, a un tratto, saranno vostro padre o vostra madre che cominceranno a rispondervi.
• Concludete il colloquio con parole concilianti e sentite il calore che vi circonda e le sensazioni positive che vengono dallo spazio intorno a voi. Forse ora potete iniziare a fare la pace con l’occhio predominante, che vi ha tenuti soggiogati per così lungo tempo. Oppure vi siete accorti per la prima volta che voi cercate con tutte le forze di difendere lo schema di valori che esso vi impone, ma che non siete veramente soddisfatti?