Come promesso eccovi la seconda parte del libro “VEDERE”

0
174
RELAZIONI PSICOFISICHE
Con l’affermarsi della cosiddetta ‘medicina moderna’, che nel campo dell’oftalmologia, la branca della medicina che studia l’occhio, fu caratterizzato dall’invenzione dell’oftalmoscopio, cominciò anche, inarrestabile, l’allontanamento della sfera fisica da quella psichica.
Con entusiasmo i medici colsero l’opportunità di osservare isolatamente l’occhio come un organo di estremo interesse.

Alla fine credettero di disporre di criteri sicuri per poter ‘affrontare’ questa parte del corpo meravigliosa, costituita quasi interamente di liquidi, che sembra come galleggiare nella cavità che la ospita.

Successivamente, i figli dell’Illuminismo, che studiavano anche la medicina assimilandola alle altre fiorenti scienze naturali, ormai svincolate dal peso delle relazioni psicofisiche, non ebbero più alcun dubbio sulla giustezza della strada imboccata.
Inoltre, le caratteristiche stesse degli strumenti ottici e le modalità di intervento sull’occhio avevano fatto tali progressi nel corso di oltre cento anni da giustificare un elevatissimo interesse per la tecnica in sé, che impedì alla scienza di guardare oltre le barriere dell’anima.

Tuttavia, da qualche decina di anni, si è levata qualche voce nel deserto, che riconosce la necessità di inserire soprattutto gli occhi, le ‘finestre della mente’, nel contesto di una medicina globale.
Che questo organo e la sua funzione, la visualizzazione del mondo, fossero da considerare anche dal punto di vista psicosomatico, alla stragrande maggioranza dei medici non venne nemmeno in mente. Eppure, in altri campi della medicina, determinate relazioni psicofisiche non venivano assolutamente negate.
Alexander Lowen, l’iniziatore della bioenergetica, una terapia fisica e della respirazione della quale parleremo ancora più avanti (vedi il paragrafo ‘La bioenergetica’), in uno dei suoi libri racconta che nei primi anni di studio, alla fine degli anni Quaranta, lavorò su un libro nella cui prefazione si leggeva, a mo’ di motto, la frase: “Gli occhi sono lo specchio dell’anima“. Tuttavia, in tutto il libro non riuscì a trovare un solo tentativo di scostarsi dall’osservazione puramente meccanicistica dell’occhio.
Malattia e sviluppo interiore

Oggi l’approccio psicosomatico è in qualche misura patrimonio comune. Chi, per esempio, si rompe una gamba sciando forse dapprima rifiuta l’idea di rimanere ‘tagliato fuori’; tuttavia, nel periodo di vacanza forzata dovuta all’immobilità necessaria alla guarigione comprende che il ritmo della sua vita lavorativa o privata prima dell’incidente non gli lasciava nemmeno il tempo per respirare e riordinare le idee: ora sorride nel letto soddisfatto, se la gode in pace e ha già deciso che da questo momento se la prenderà con un po’ più di calma. Come spesso accade, anche in questo caso il linguaggio usato senza riflettere è rivelatore: “Mi sono rotto una gamba”, diciamo infatti.

Non di rado una forte influenza conclude un periodo di profondi cambiamenti a livello sia interiore sia esteriore. Tosse, catarro e alcune notti di forti accessi di sudorazione hanno un effetto purificante non trascurabile sull’organismo. Solo quando tutto è finito e superato ci appare chiara l’esistenza di una connessione: una svolta nella nostra vita ha richiesto il suo tributo. Ora siamo anche mentalmente liberi di affrontare quanto di nuovo ci aspetta. Come si usa dire: “Mi sono preso l’influenza”.

Al contrario, chi è orgoglioso di non mancare mai dal lavoro per motivi di salute rimane magari per anni incapace di qualsiasi evoluzione. Si è assestato, non desidera affatto cambiare e diventa di conseguenza malato, nonostante tutto: niente di meno; gli basta che le malattie tradizionali non lo colpiscano contrassegnandolo quale sfaticato.
Se però dovesse portare un paio di occhiali, forse questo gli conferirebbe, secondo la sua opinione, un’immagine piuttosto positiva: apparirebbe come uno degli intelligenti, di quelli che fanno lavorare il cervello; sono gli studiosi che sforzano gli occhi per leggere e che a volte esagerano. Gli occhiali intesi dunque come qualcosa di positivo; ma non sono invece una ‘stampella’, come sostengono i fautori dell’oculistica psicosomatica?

L’uomo, animale vedente

Ed eccoci arrivati a considerare quel paraocchi sociale e individuale che ci è stato assegnato in virtù della nostra nascita in una determinata società e in una determinata famiglia, soggetta a determinate condizioni di vita.
Perché, in tutte le connessioni fra la nostra vita interiore, spirituale, e il nostro corpo, che la rende ‘visibile’ esteriormente, l’occhio è a tutti gli effetti mediatore, come testimonia la presenza sia nelle società tribali arcaiche di tutto il mondo sia nelle grandi culture dell’area mediterranea (si pensi al Medioevo italiano, per esempio, dove le diverse classi sociali si distinguevano anche attraverso segni esteriori) di una simbologia stabilita per quanto riguardava abiti e ornamenti, la violazione della quale poteva mettere a repentaglio la vita stessa del trasgressore. Si trattava del rispetto della gerarchia sociale; i segni esteriori davano a tutti la possibilità di orientarsi al primo sguardo.
Era importante anche riconoscere subito lo straniero: in origine era sempre ‘il nemico da uccidere’ (come hanno appurato gli antropologi e gli studiosi del comportamento umano); l’ospitalità era il mezzo con cui, da una parte, allontanare la minaccia, dall’altra, acquisire nuove esperienze e nuove conoscenze che lo straniero portava con sé: visto con altri occhi, a questo punto lo straniero diventava un ‘gradito ospite’. Egli pure doveva inviare un messaggio visivo: mostrava la mano disarmata. E in quale altro modo ci si sarebbe dovuti comportare? L’uomo è un ‘animale vedente’.
Una ‘gerarchia dei vestiti’ esiste ancora oggi, per esempio nelle giovani generazioni delle società occidentali; chi è un po’ più avanti negli anni e vuole essere della partita, perché lo ha colto la ‘smania di giovinezza’ tipica dei nostri tempi, si veste allo stesso modo.

Guardiamo oltre la siepe per vedere in quale stile ha costruito la casa il nostro vicino e che marca di automobile ha comperato. Diciamo ai nostri bambini: «Che cosa dirà chi ti vede? E, con aria negativa, commentiamo: «Davanti è così, dietro poi … », quando sospettiamo che una bella facciata nasconda qualcosa di sbagliato. Vogliamo vedere, ma non sempre ci accorgiamo di essere noi stessi dei dissimulatori.
Sul piano individuale gli occhi giocano un ruolo non meno importante. Uomini e donne reagiscono in modo differente agli stimoli visivi. Ciò che attira o respinge il soggetto è dettato da caratteristiche individuali, non ultima l’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Anche i canoni di bellezza correnti hanno il loro peso. Quindi, noi percepiamo attraverso gli occhi solo ciò che lascia passare il filtro interno costituito dalle nostre idee e dai condizionamenti dell’ambiente.

Per mezzo degli occhi il neonato impara a riconoscere la sagoma della persona che gli dà calore, attenzione e nutrimento. All’età di nove mesi nel bambino insorge la fase della ‘timidezza’: quando vede un estraneo nasconde il viso contro il corpo della mamma.
Anche più avanti, nel corso dello sviluppo, l’occhio ha un ruolo importante. Inoltre, nel contatto con le altre persone, si aggiungono informazioni che riguardano la sfera intuitiva e sentimentale, che lo possono anche disorientare. Quando la madre o il padre, prendendosi cura di lui, assumono un’espressione severa o assente, il bambino viene esposto a messaggi contrastanti, che non riesce a conciliare. I più grandicelli spesso dimostrano il loro sconcerto con la domanda:
“Che faccia fai?»

I paraocchi: una difesa di vitale importanza?

Come fa il bambino a difendersi, quando gli occhi e l’intuito gli trasmettono questi stimoli contraddittori? Egli tenta in qualche modo di sottrarsi alla contraddizione, ignorando uno dei due messaggi, escludendolo dalla percezione cosciente, ‘rimuovendolo’ .
Rimuovere un’esperienza significa escluderla effettivamente dall’attività psichica consapevole, ma essa rimane viva nell’inconscio. Questo processo di rimozione è vitale per tutti: da un lato restringe il campo delle nostre percezioni, dall’altro, però, ci protegge dall’essere travolti da una massa eccessiva di sensazioni che si contraddicono e che, proprio per questo, generano ansia.
Se l’esperienza rimossa varca di nuovo la soglia della coscienza, creandoci così dei conflitti, noi indossiamo dei paraocchi, che incanalano le percezioni solo in una determinata direzione, proprio come quando il cocchiere infila i paraocchi al cavallo (dotato per natura di un campo visivo con un raggio di 320°) allo scopo di non distrarlo dal percorso, impedendogli di vedere quanto potrebbe esserci di minaccioso o inquietante intorno a lui.

La mente si crea il proprio corpo

Si può dire che tutti i bambini vengono al mondo con gli occhi sani. Il neonato è già dotato sia fisicamente sia psichicamente di tutte le facoltà. Il mondo esterno è davanti a lui; con le sue facoltà, il bambino si rivolge all’ambiente che lo circonda. Lo sguardo verso l’esterno sarà sempre diverso, a seconda: intraprendente e curioso, delicato e ipersensibile, estroverso oppure introverso. Di conseguenza si svilupperanno anche i suoi occhi esterni e interni.
Oggi la scienza sta incominciando a riconoscere questi rapporti, confermando un vecchio detto: «È la mente che crea il proprio corpo». Noi possiamo ormai rappresentare graficamente i dati distintivi unici della doppia elica del DNA, portatore dei caratteri ereditari di un individuo, e ricevere così informazioni circa le caratteristiche del suo corpo e forse, un giorno, anche della sua mente. Tali caratteristiche possono includere, per esempio, la predisposizione a una determinata malattia. Eppure non è detto che tale malattia si manifesti. Se ciò debba o meno accadere è determinato, fra l’altro, dai fattori di stress correlati, ai quali l’individuo si sottopone o si sente più o meno passivamente esposto.
Che l’individuo abbia nelle sue stesse mani la sua buona o cattiva sorte, come anche la medicina ufficiale sta faticosamente ammettendo, spesso viene misconosciuto o appreso solamente dopo lenta e faticosa esperienza. Invece recenti ricerche hanno rivelato che nel patrimonio ereditario sono contenute molte più informazioni di quanto si pensasse. Occorrerebbe, di conseguenza, istituire un passaporto genetico per gli adulti, in modo che, per esempio, nel caso di una predisposizione verso determinate malattie degli occhi, non si intraprendano professioni che affaticano la vista.

Possiamo dire, quindi, che l’essere umano non deve solamente accettare passivamente il suo destino, ma può ‘forgiare’ come meglio crede la sua fortuna. E ancora, per rimanere nella metafora, può essere sia incudine sia martello. Ciò significa che ognuno di noi è responsabile di se stesso e della sua vita.
Di fronte a questa considerazione preferiremmo chiudere gli occhi, soprattutto quando ciò deve influire sulle nostre azioni, con conseguenze a volte scomode. Con riferimento al tema trattato da questo libro ciò significa due cose:
 di solito noi non ci sentiamo responsabili delle nostre capacità visive, che consideriamo innate e correggibili solamente dalla scienza medica;
 per impedire l’affermazione di altri modi di vedere, andiamo in giro con uno sguardo rigido, come se portassimo i paraocchi.

Questa inibizione a ‘guardarsi intorno’ non solo limita fortemente le percezioni e le possibilità di fare esperienza, ma è anche stressante. Porta a un irrigidimento che, oltre a interessare gli occhi, si estende a tutto il corpo e può influire anche sull’atteggiamento psicologico dell’individuo. Noi attraversiamo la vita con lo sguardo fisso, spesso irrigidendoci completamente. Ora, che questo sia il vostro caso oppure no, avete voglia di cimentarvi in un piccolo esercizio per sciogliere questa rigidezza?

Un esercizio di scioglimento

• Sedetevi rilassati e lasciate vagare i vostri occhi finché raggiungono involontariamente una posizione qualsiasi. Probabilmente finiranno per fermarsi rivolti diagonalmente verso il basso: è la posizione più naturale per i bulbi oculari. Delicatamente, senza tensione, le palpebre coprono la parte superiore degli occhi.
• Ora spostate dolcemente lo sguardo per brevi tratti qua e là, in modo del tutto casuale. Dovete semplicemente guardare, e facendolo constaterete che i vostri occhi compiono dei piccoli movimenti oscillatori.
• Interrompete per un momento, poi iniziate a contare da uno a dieci, mentre prestate attenzione alla frequenza con cui chiudete le palpebre. Di regola, quando le palpebre sono rilassate si chiudono tre volte in dieci secondi.
Sentite l’effetto dell’esercizio sugli occhi e la zona circostante; osservate il vostro respiro. Anch’esso è diventato calmo e leggero?

Sulle tracce della rimozione

I risultati delle ricerche di alcuni neurologi americani hanno evidenziato che il processo di rimozione può anche essere misurato.
Il soggetto invia onde cerebrali differenti, a seconda che riesca a conciliare l’immagine che vede con la sua immagine interiore oppure preferisca ‘nascondere’ l’immagine percepita allontanandola. Nel caso della rimozione sono stati osservati una piccola esitazione e un certo ‘effetto di distorsione’. Tuttavia, l’idea che si possa inventare uno strumento di ‘visio-feedback’ (il feedback è l’impulso di ritorno che informa la fonte di un messaggio circa l’effetto prodotto sul destinatario del messaggio stesso in modo da modificarla) che ci possa dire: «Ehi, stai rimuovendo! ci fa rabbrividire. Meglio quindi diventare migliori osservatori di noi stessi; i buddisti la chiamano ‘attenzione’, ai cristiani nella Bibbia vengano fatte raccomandazioni analoghe, benché spesso nascoste con un linguaggio metaforico.
Provate dunque il seguente esercizio.

Esercizio per chi vuole sapere

Il momento e il luogo potete sceglierli voi, perché dipendono da una vostra reazione, che dovete essere pienamente disposti a riconoscere.
• Quando rilevate un impulso di spavento, rabbia, paura, tristezza o qualsiasi altro forte sentimento per il quale non esiste una spiegazione ragionevole, magari provocato da un’affermazione di qualcuno, che non vi riguardava eppure vi ha ‘toccati’ profondamente, trattenete immediatamente questo momento. Che cosa è stato detto? Che cosa avete visto? Cercate di notare più particolari che potete.
• Appena avete un po’ di tranquillità e siete soli, per esempio durante una passeggiata, domandatevi perché quella frase vi aveva ‘colpiti nel profondo e che cosa ne dovete desumere. Domandatevelo non solo con la testa, ma soprattutto con il cuore.