Pensare con il cuore, ecco cosa dice la scienza

1
306

Se il cervello è la sede della razionalità e del pensiero, il cuore è stato da sempre considerato come la sede delle emozioni, cioè di quei pensieri non quantificabili e analizzabili scientificamente. Ma se esistesse una correlazione tra il cuore e la capacità dia vere interazioni sociali, di emozionarci ed emozionare?
Questa domanda se la pose nel 1995 lo psichiatra Stephen Porges, professore all’Università dell’Illinois di Chicago, che formulò la teoria Polivagale, che spiega come il cuore intervenga nelle relazioni sociali ed in particolar modo il ruolo del nervo vago, nervo che si trova solo nei mammiferi, nell’inviare al cuore dei segnali e regolare il battito cardiaco.
Ad influenzare le relazioni sociali infatti è il cambio di frequenza cardiaca, cioè la HRV ( Heart Rate Variability), un parametro che regola la capacità di prendere decisioni e di gestire o controllare stress ed emozioni di varia natura. Inoltre è stato osservato che un basso HRV è collegato a patologie quali depressione ed autismo, mentre un alto HRV aumenterebbe la capacità di riconoscere le altrui emozioni e di gestire al meglio lo stress sociale.
Mentre altre ricerche confermavano la teoria Polivagale, anche le ricerche di Porges e colleghi non si fermarono, scoprendo nel 2001 che anche nei bambini le interazioni sociali dipendono dall’HRV, infatti è stato registrato un aumento della frequenza cardiaca in caso di interazione con uno sperimentatore che giocasse con loro o mantenesse un espressione fredda, notando così che il gioco e gli atteggiamenti positivi generano un maggiore aumento di HRV.
Quindi mentre nei bambini un aumento di HRV è collegato ad ogni aspetto delle interazioni sociali, positive o negative, negli adulti l’aumento del battito cardiaco è collegato a comportamenti che aiutano a gestire le emozioni durante tali interazioni, aumentando il grado di estroversione nel caso di atteggiamenti positivi.
Da una ricerca della University of North Carolina condotta dalle psicologhe Bethany Kok e Barbara Frederickson è emerso come l’HRV sia in grado di predire come velocemente le persone sviluppino sentimenti positivi. Analizzando un campione di 52 adulti a cui è stato chiesto di annotare sentimenti positivi come felicità o gratitudine nelle loro interazioni sociali, e comparando tali stati emotivi con la misurazione dei battiti da due minuti di respiro normale in un periodo di nove mesi, è emerso che c’è una stretta correlazione tra le frequenze cardiache e la soddisfazione con cui vengono percepite le proprie interazioni sociali.
Intanto si attende la ricerca non ancora pubblicata di Katrina Koslov e Wendy Berry Mendes, della Harvard University, che hanno studiato quali effetti abbia a livello sociale la capacità delle persone di alterare, o in qualche modo regolare, il proprio HRV. Le due ricercatrici hanno chiesto al loro campione di tracciare delle forme su un schermo ed hanno misurato la capacità di alterare il proprio HRV durante lo svolgimento di tale compito.
Individuando la personale capacità del soggetto di controllare la propria frequenza cardiaca è stato possibile prevedere come tali soggetti modifichino il proprio HRV in circostanze di carattere emozionale e di saper giudicare le emozioni altrui in modo accurato, aumentando anche la sensibilità rispetto a feedback sociali, cioè dimostrando come i livelli di HRV implichino un adattamento ai rapporti sociali e promuovano la sensibilità sociale.
Dunque pensare col cuore non è solo un’espressione poetica e romantica, ma è una realtà psicologica, il nostro cuore ci dice come e cosa pensare e lo fa attraverso i suoi battiti, regolandone la velocità e influenzando le nostre capacità di interrelazione con gli altri e col mondo che ci circonda, senza che noi ce ne rendiamo conto. D’altronde come diceva Antoine de Saint-Exupèry: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.