Il prezioso strumento della “calligrafia” di Francesca Biasetton

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Nella mia pratica quotidiana, mi accade spesso di notare che i bambini hanno grandi difficoltà nella scrittura pur essendo normodotati. 
Il fatto è che nelle prime classi elementari si incoraggia molto l’uso dello stampatello. 
Nel tratto dello stampatello viene  a mancare la fluidità del movimento che è strettamente connesso con i micromovimenti del sistema visivo. 
Nell’ambito della rieducazione visiva si riprende il movimento perduto 
proprio ricominciando a tracciare segni morbidi e fluidi, disegnando forme che possano donare nuovamente armonia alla mano e allo sguardo ! 
Ospito volentieri quest’articolo che ho trovato molto interessante ! 



prImo pIano
calligrafia, palestra dell’essere

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di Francesca Biasetton
Francesca Biasetton, calligrafa e illustratrice, è Visiting Professor presso la Naba – Nuova Accademica di Belle Arti di Milano. Dal 2011 ricopre il ruolo di Presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana.
Scrivendo a mano, tracciando un segno, il suo se- gno, osserviamo il risultato concreto dei nostri gesti, acquisiamo un vero e proprio mezzo d’e- spressione e la capacità di tradurre i nostri pen- sieri. Nello specifico è la scrittura corsiva, grazie alle legature tra le lettere, legature che consento- no pochi stacchi di penna, il modello più funzio- nale alla trascrizione dei nostri pensieri, a diffe- renza di modelli quali lo stampatello minuscolo, che derivano dai caratteri da stampa, ovvero let- tere progettate, che impongono ripetuti stacchi di penna.
Contrariamente, la digitazione sulla tastiera non presenta alcun rapporto con la forma delle lettere, senza trascurare che le modalità con cui acquisia- mo conoscenze determinano le modalità con cui il cervello memorizza le conoscenze stesse, e che il cervello va tenuto in costante “allenamento” – per esempio, prendere appunti è un’attività più coinvolgente e ci impegna attivamente rispetto a scaricare un power point o una dispensa in pdf. Senza dimenticare che, come le scienza cognitive continuano ad attestare, l’esposizione quotidiana, passiva o attiva, alle nuove tecnologie, causa di- sturbi dell’attenzione, difficoltà di concentrazione e inaridimento della vita relazionale e sociale.
La scrittura a mano è personale, individuale. Senza entrare nel discutibile campo della grafologia, dice molto di noi: a differenza di un testo digitato su una tastiera o su un touch screen, mostra caratteristiche particolari – non è un caso che sia la nostra firma ad autenticarci.
Sono molteplici le occasioni per scrivere a mano, e, specialmente quando il con-

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In contrasto con le notIzIe dIffuse dalla stampa e dalla rete sulla ImmInente morte della scrIttura a mano e conseguente superfluItà del suo Insegnamento, questa scrIttura rImane pIù che maI rIcca, vIva e formatIva: aIuta a Imparare a leggere – scrIvendo sI rIpetono I suonI e sI abbInano alle forme grafIche corrIspondentI; stImola la coordInazIone mente-mano; rIchIede l’osservazIone dI forme e dettaglI, Il rIspetto delle regole (leggIbIlItà) e Il controllo dI spazI (la dIsposIzIone sulla pagIna).

tenuto riguarda i sentimenti, andrebbe valutata la grande differenza emotiva tra un testo mano- scritto e uno digitato. Scrivo, ti scrivo: impugno lo strumento scrittorio, scelgo il supporto, impiego la mia grafia, con le caratteristiche che la rendo- no unica – la mia. Scrivo un biglietto di auguri, una cartolina, una lettera d’amore; piego il foglio, lo inserisco nella busta, acquisto il francobollo, introduco questo oggetto da me composto nella fessura della buca delle lettere, per il suo viaggio, la sua storia. Quale affinità con l’uniformità del testo digitato? Il testo prodotto meccanicamente può venire scritto da chiunque, da un anonimo, non presenta alcuna caratteristica di autenticità, nella sua piatta omologazione. Anche, anzi peg- gio, quando si tentano “personalizzazioni” utiliz- zando font script, che imitano la naturalezza del- la scrittura a mano, che testimoniano un “vorrei ma non posso”, che costituiscono un falso a tutti gli effetti, un tentativo di essere speciale essen- do in realtà seriale. Perché è sempre preferibile una brutta scrittura autentica rispetto a una bella scrittura finta, che, tra l’altro, denuncia ipocrisia con legature disarmoniche e lettere doppie seria- li. Premo invio, e in pochi secondi il mio messag- gio, uguale, nella forma, a tanti altri, raggiunge il destinatario. Una velocità funzionale ai tempi moderni – ma non tutti i messaggi hanno la stessa funzione, e la rapidità non è sempre una condizio- ne necessaria, né sufficiente.
La calligrafia si differenzia dalla scrittura in quan- to pratica della scrittura fine a se stessa, con una particolare attenzione alla qualità delle forme, come dice il termine stesso, dal greco , calòs, “bello” e , graphìa, “scrittura”. Ben- ché sia luogo comune associarla alla calligrafia orientale (per esempio cinese e giapponese), nel mondo occidentale la calligrafia ha goduto e gode di notevoli sviluppi a livello artistico, e sono am- pie le applicazioni commerciali contemporanee: dalla realizzazione di diplomi e biglietti di invito, di partecipazioni e personalizzazione di buste; dai
logotipi ai titoli per libri e film, headline per cam- pagne pubblicitarie…
Benché tutti, a scuola, si impari a scrivere, lo scri- vere bene, seguendo le regole che governano la calligrafia, richiede disciplina, e comporta un co- stante esercizio, attraverso lo studio e la trascrizio- ne di modelli storici, riconosciuti in tutto il mondo quali modelli di riferimento, esempi da cui parti- re, con entusiasmo e pazienza, passione e umiltà: come e dove sono nati questi alfabeti? Con quali strumenti sono stati scritti, e perché? Difficile libe- rarsi di tutti gli automatismi ormai interiorizzati da anni di scrittura – come evitare quelle
a tonde, imparate alle elementari? E le legature, quei tratti “in più”, che pur non facendo parte della lettera, tracciamo per economizzare tempo, evitando gli stacchi di penna?

Ecco, fare calligrafia comporta la volontà di ab- bandonare la routine quotidiana, la scrittura che impieghiamo in automatico, concedersi un tempo difficile da trovare in un presente iperconnesso. Significa scegliere, osservare, pensare – e dedica- re tempo: scegliere un modello, e mettersi in rela- zione con esso: osservarlo per capirlo, intuire con che strumento è stato tracciato, quindi riflettere, prendere – e perdere – tempo per pensare e per esercitarsi. Questo tempo sempre più merce rara, di cui veniamo costantemente defraudati, spesso con l’illusione di risparmiarlo.
Era un mercante di pillole perfezionate che cal- mavano la sete. Se ne inghiottiva una alla set- timana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?” disse il piccolo prin- cipe. “È una grossa economia di tempo”, disse il mercante, “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti a settimana”. “E cosa se ne fa di questi 53 minuti?” “Se ne fa quel che si vuo- le…” “Io”, disse il piccolo principe, “se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…” Antoine de Saint-Exupéry, “Il piccolo Principe”.

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