Nicoletta Cinotti “gli acceleratori di trasformazione: le emozioni”

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Nicoletta Cinotti

Gli acceleratori di trasformazione: le emozioni

Un modo intelligente per lavorare con le emozioni è quello di collegarsi con la loro sostanza di base. E la sostanza di base, la loro sostanziale qualità, è l’energia. Se siamo capaci di connetterci all’energia, quell’energia non può creare conflitto. E tutto diventa un processo naturale. C.T. Rinpoche
med1Guardando dall’esterno un gruppo di meditanti si può avere l’impressione che non stiano facendo nulla. Sembrano sereni e in riposo. In realtà meditare è un grande lavoro.
Richiede infatti di andare incontro a ciò che popola il nostro mondo interiore. Quindi se fosse possibile vedere, con una vignetta, come i cartoni animati, ciò che attraversano le persone mentre meditano, vedremmo che stanno lottando contro l’irrequietezza o il torpore. Contro i desideri più assurdi che emergono proprio in quel momento. I dubbi che quasi fisicamente ci spostano o flussi di pensieri che ci attraversano come un fiume in piena

Gli impedimenti della consapevolezza

Nella pratica mindfulness siamo abituati ad incontrare questi cinque impedimenti della consapevolezza – irrequietezza, torpore, dubbio, desiderio, la rabbia e la paura – ma il vero problema sono le emozioni e i pensieri.
La pratica infatti, aumentando l’intimità con noi stessi, ci porta di fronte a quegli aspetti della nostra vita emotiva che abbiamo nascosto per tanto tempo, in una sorta di inventario morale affastellato, che compare senza preavviso.
Cosa fare con queste emozioni che spesso sono anche ricordi di momenti particolari della nostra vita? Cosa fare con il loro emergere? Quando siamo in contatto con questi aspetti, stiamo facendo una buona meditazione o dobbiamo considerarla una distrazione?

Le emozioni come acceleratori di trasformazione

Pema Chodron è una insegnante di meditazione americana molto conosciuta e amata. In parte è proprio quel tipo di persona che ci fa comprendere la normalità della pratica di meditazione. E’ stata insegnante elementare ed è passata attraverso l’esperienza di due separazioni e di una lunga depressione. Oggi insegna meditazione da molti anni con uno stile che mischia umorismo, la pazienza di un’insegnante delle elementari e la saggezza di una nonna, allegra e disincantata. Piena di buoni consigli e piccoli segreti per grandi ricette di meditazione.
Per Pema le emozioni che arrivano in meditazione sono solo degli acceleratori del nostro processo di trasformazione. Ci portano nella direzione autoregolata, in cui sta procedendo il nostro cambiamento.

La meditazione e l’intimità

meditazione e intimitàLa meditazione infatti è una apertura compassionevole a tutti gli aspetti della propria vita e verso tutte le nostre esperienze. La meditazione mindfulness in particolare non ha l’obiettivo di farci raggiungere uno stato particolare o una trascendenza spirituale, quanto di farci entrare in maggiore intimità con noi stessi e con la nostra esperienza.
Meditando coltiviamo cinque qualità che sono proprio nella direzione dell’intimità con noi stessi.
Il primo aspetto è coltivare una sorta di lealtà senza cedimenti verso di noi. Non possiamo essere davvero intimi con qualcosa e qualcuno che tradiamo in continuazione. Tradendo il corpo – come dice Lowen – tradiamo noi stessi e ogni volta che torniamo al corpo ci ritroviamo con una intimità che è stata abbandonata anziché nutrita. Nella pratica questa lealtà significa sedersi a meditare permettendoci che l’esperienza del presente sia il nostro oggetto primario d’attenzione. Quindi non ci sono buone sessioni perché non ci siamo distratti o cattive sessioni perché abbiamo lottato tutto il tempo contro l’irrequietezza. Sono solo due diversi momenti della nostra esperienza.
La seconda qualità è simile ed è una visione chiara e consapevole, ossia quell’aprirsi ad una prospettiva più nitida di ciò che ci riguarda. Impariamo a notare come funzioniamo, come scappiamo e come torniamo indietro e questo fornisce una base non giudicante e chiara. Possiamo accorgerci del movimento dei pensieri e delle emozioni senza fare un’analisi concettuale o una interpretazione del contenuto.
qualitàLa terza qualità è il coraggio che gradualmente si rafforza e ci permette di stare di fronte al panorama della nostra vita e al suo processo. La nostra vita infatti non è una fotografia statica ma un evento in continua trasformazione. Più pratichiamo più impariamo ad essere coraggiosi perché siamo più intimi con noi e con le nostre risorse. Questo coraggio è quello che ci permette, man mano che pratichiamo, di non rispondere con il torpore o l’irrequietezza al sorgere delle emozioni. Di rimanere in contatto con la loro qualità base che è l’energia che ogni emozione porta con se. Questo coraggio ci può far andare al di là del giudizio “buono”, “cattivo”, “noioso” e suscitare quell’interesse che è il motore dell’intimità.
La presenza a se stessi e al mondo esterno diventa quindi la quarta qualità della pratica e ci permette di tollerare meglio l’imprevedibilità e l’incertezza che sono caratteristiche del processo vitale e delle nostre emozioni. In questo senso la meditazione stessa è un acceleratore del processo di trasformazione ed è tutt’altro che un processo statico anche se rimaniamo fermi in un luogo.
Diventiamo – e questa è la quinta qualità – più flessibili perché ammorbidiamo le nostre difese: quelle fisiche e quelle mentali. Le difese infatti ci rendono statici e immobili. Trasformano la nostra vita in una fotografia. E non permettono alle nostre emozioni di trasformarci. Se infatti lasciamo fluide le emozioni, queste si trasformano e ci trasformano, passando da una qualità emotiva all’altra ci spostano dal trauma alla guarigione, se glielo permettiamo.

Le emozioni che ci trasformano

fluireSpesso abbiamo paura delle nostre emozioni, in parte perché possono spingerci in direzioni sbagliate, in parte proprio perché la loro carica energetica è forte e intensa e non sappiamo se possiamo padroneggiarla. Per questo scegliamo di rimuoverle, negarle o distaccarcene. Facendo così però perdiamo proprio questo motore costituito dalla loro energia. Abbiamo anche la possibilità di entrare nelle emozioni, durante la pratica meditativa e attraverso il lavoro corporeo bioenergetico sui blocchi, in modo da utilizzarle come acceleratori di trasformazione.
Così quando arrivano delle emozioni nella meditazione proviamo a coglierne la qualità corporea, il loro mutare momento per momento e il loro trasformarsi. Restituiamo alle emozioni la loro durata naturale, quella che hanno se non le tratteniamo, quella che hanno se non entriamo in una spirale reattiva. In questo modo possono diventare un supporto per essere pienamente presenti e consapevoli piuttosto che distratti e inconsapevoli di ciò che accade.
Questo può permetterci di vedere che esiste un naturale fluire da una emozione all’altra e uno spazio tra una emozione e l’altra. Proviamo a nominarne, mentalmente le caratteristiche. Hanno una temperatura? Hanno una sede nel corpo? Producono un flusso di pensieri? Possiamo accettarle o reagiamo per rifiutarle? Possiamo essere curiosi o siamo spaventati? Sono semplici domande che possono aiutarci a esplorare le emozioni durante la meditazione aumentando così la nostra intimità con noi stessi. E la nostra amicizia con chi siamo veramente.
Nel processo che rivela la nostra natura di buddha, nel processo che ci permette di scoprire la nostra apertura e la qualità flessibile della nostra mente, dobbiamo avere la volontà di sporcarci le mani. Ponlop Rinpoche
citato da Pema Chodron in “How to meditate”
© Nicoletta Cinotti 2014

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